“Queste cose mi serviranno per fare cose inventate ora e che in realtà non farò mai”

Carlo racconta del disturbo del padre e degli effetti sulla vita familiare

Quindici anni fa mia madre si è separata da mio padre: lui accumulava oggetti da anni, lei ogni tanto buttava via qualcosa, lui rovistava di nascosto nella pattumiera e li riportava nella sua cantina, dove dormiva (per inciso, ricordo che solo 2 volte circa mio padre ha dormito in camera con mia madre). I miei genitori si conobbero e sposarono negli Stati Uniti, e, quando si trasferirono qui in Italia, mio padre noleggiò un container dove mettere la sua Mercedes del ’75, molte casse del latte piene di carte e fogli e altre cianfrusaglie, i suoi attrezzi, ecc. Dalla separazione tra i miei genitori, mio padre vive da solo in Svizzera tedesca, e, ora che è malato, vado periodicamente a trovarlo: il suo appartamento non è proprio confortevole, perché è ridotto agli spazi vitali e necessari, cioè letti, poltrona, tavolo, cucina, bagno. Tutti gli altri spazi sono pieni di cose accumulate e quasi mai passate in rassegna.

Nel salotto ha: un tavolino dove mangia e su cui si accumulano buste, bollette, depliants, matite; tre poltrone, una la usa e le altre due sono coperte da vestiti usati; la credenza è piena di giocattoli dei tempi dell’infanzia mia e di mio fratello; i mobiletti sono pieni di oggetti di decenni fa. Il corridoio è pieno di scatole piene di carte, decine di ombrelli, decine di paia di scarpe, un centinaio di palline da tennis, tre bilance per il peso, e altri oggetti che ormai sono invisibili ma chissà da quanto tempo sono lì. La camera degli ospiti (io o mio fratello) è ridotta all’essenziale, cioè: ha un letto libero per noi, ma coperto da 4-5 cuscini puzzolenti; 7-8 valigie ai piedi del letto, pentole sotto il letto, un armadio con almeno 50 camicie, 4 scatoloni sopra l’armadio, una macchina da scrivere inutilizzata, una vecchia tastiera per pc, una vecchia radio, una ventina di libri, 4-5 contenitori, migliaia di foto della sua/nostra vita. La cucina è, come le altre stanze, libera solo per le azioni indispensabili: i ripiani sono colmi di sacchetti, vasi da yogurt ripuliti e mantenuti, decine di barattolini, i cassetti pieni zeppi di utensili, i mobiletti colmi di piatti e tazze (vive solo e non ha mai invitato ospiti, eccetto mio fratello ed io). La cantina e il box sono oscenamente pieni di oggetti portati dagli Stati Uniti o accumulati in questi 15 anni.

In sintesi, mio padre ha l’ossessione di accumulare oggetti in casa, soprattutto quelli gratis che i vicini lasciano sui marciapiedi quando se ne disfano; non ha la disciplina di fare le pulizie in casa e mantenere un decoro ed una pulizia nei suoi spazi. Quando mi faccio forza e gli dico che dobbiamo fare ordine, comincia la solita scena mortale che porta a risultati minimi: “questa cosa mi potrebbe servire”, “ah, questo oggetto l’avevo conservato per fare ____”, “ok, abbiamo fatto abbastanza, grazie”.

Ecco, ora che ho trent’anni realizzo quale problema sia stata la presenza di mio padre in famiglia, quale peso per noi: ogni azione nostra è ostacolata mentalmente e fisicamente dalla sua paura di disfarsi delle cose, però ci tengo a dire che lui ha perso il conto delle cose che ha accumulato negli anni, e se ne ricorda solo nel momento in cui queste cose stanno per finire nell’immondizia. L’ultima mia azione, che mi ha fatto crollare psicologicamente, è stata questa cosa banale: ho trovato, nella sua camera degli ospiti, una scatola di bustine di tè scadute da cinque anni, le ho buttate via, ma, quando lui le ha viste, mi ha detto “ma dai, perché le hai buttate?” e, dopo pranzo, mi ha offerto un tè fatto proprio con quelle bustine, dicendomi “vorrei che tu provassi se questo tè è ancora buono”. Sinceramente avrei reagito con violenza, ma mi sono limitato ad un rifiuto netto e sono uscito di casa per tutto il pomeriggio.

Per concludere, negli anni ho pensato spesso a questo suo problema e sono arrivato ad una conclusione sul suo caso: l’accumulo patologico è legato al pensare in modo contorto, che quasi mai lo porta ad un obiettivo concreto; inoltre credo che ci sia una motivazione “affettiva” nell’accumulo di oggetti, legata al trauma infantile di una persona nata in tempo di guerra, cresciuta dove gli acquisti erano razionati, e dove c’era il timore che qualcuno venisse a portare via tutto alla famiglia.

– Carlo –

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