Terapia della Disposofobia

Terapia DisposofobiaL’attività di ricerca degli ultimi dieci anni ha portato al riconoscimento del Disturbo di Accumulo (Hoarding Disorder – a volte descritto anche come Disposofobia, Sillogomania, Accaparramento Compulsivo, Accumulo Patologico, Mentalità Messie, Sindrome di Collyer) nel nuovo Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-V) determinando possibilità di diagnosi più chiare e facilità di comunicazione tra i clinici. Anche nella conoscenza comune si è fatta strada una consapevolezza nuova circa la natura clinica del fenomeno, superando atteggiamenti riduttivi o colpevolizzanti. Ciò ha portato ad una crescente domanda di trattamento per i soggetti con questo tipo di problema accompagnato dalla necessità di sostegno ai familiari spesso esasperati da anni di frustrazioni e tensioni. Quello che prima era “il segreto di famiglia” comincia ad acquisire una dignità di “disturbo” riducendo la vergogna e permettendo l’accesso alla terapia.

Il disturbo presenta un alto livello di complessità per il suo carattere multidimensionale.

Tipicamente l’intervento viene richiesto dai familiari, esasperati da situazioni che si trascinano in modo sempre più grave a volte da venti o trenta anni. Il motivo della richiesta è spesso di urgenza (conflittualità con i vicini, situazione finanziaria deteriorata, necessità di traslochi o ristrutturazioni ai quali i pazienti si oppongono, ecc.). Si verifica cioè una situazione contingente, a volte anche determinata da altre patologie co-occorrenti che “costringe” i familiari (spesso i figli) a chiedere aiuto.

Va considerato che questi hanno spesso subito una forma di “Hoarding Passivo” a partire dalla prima infanzia, sono cioè cresciuti loro malgrado in un ambiente inadatto al normale svolgimento di una vita di sociale. Si aggiunga che probabilmente numerosi sono già stati i tentativi, le proposte, gli sforzi per risolvere il problema già messi in campo negli anni e sistematicamente frustrati. E’ comprensibile come le emozioni riportate dai familiari siano spesso di rabbia, risentimento, tristezza, imbarazzo e  frustrazione. Una prima e basilare direttrice di intervento è quindi quella indiretta indirizzata cioè a fornire ai familiari (soprattutto se figli) vittime della situazione un supporto psicologico (approfondito a seconda delle necessità espresse) accompagnato da interventi psico-educativi sulla natura del disturbo e la sua componente genetica e neurobiologica, che in qualche modo possa ristrutturare l’immagine fortemente negativa dell’accumulatore che si è generalmente instaurata in seno alla famiglia (ad esempio come colui che ha sempre preferito i propri oggetti ai propri familiari). Questo primo passo è necessario oltre che per alleviare la sofferenza personale del familiare, per lo stabilirsi di un terreno relazionale adatto sul quale si potrà poi costruire, se la persona lo permetterà, l’intervento diretto.

L’intervento diretto prevede vari ordini di difficoltà:

1/  Il paziente (soprattutto se maschio) rifiuta persino di prendere in considerazione l’idea di trattamento in quanto tale ipotesi gli fa intravedere la possibilità che le sue cose saranno spostate, toccate o peggio eliminate da qualcuno “non in grado di farlo”. Il paziente spesso ha un’istruzione, un livello intellettuale ed un funzionamento cognitivo in altre aree sopra la media che non gli consentono di rispecchiarsi nel ruolo di “colui che ha un problema”. Il clima emotivo è quello di vergogna/rabbia/isolamento che porta il paziente in alcuni casi a negare che esista una difficoltà.

2/ Dal momento che il sintomo agisce in uno spazio fisico (la casa del paziente) non è possibile limitare gli interventi alla pratica in studio. Ciò comporta la necessita sia in fase di valutazione del caso sia durante la terapia di recarsi a casa del paziente per:

  • ottenere una migliore comprensione della gravità e dello stile di accumulo
  • definire il piano di trattamento più adatto al caso particolare
  • abituare i pazienti all’accesso a casa propria da parte di visitatori

3/  Il funzionamento sociale e lavorativo è spesso compromesso e le risorse a disposizione sono a volte limitate.

4/  L’intervento va spesso agito in équipe. A fianco dello psicoterapeuta che ha in carico il caso, è talvota necessaria la figura di uno psichiatra e di un medico che curi gli aspetti di medicina generale. In fasi mature della terapia può inoltre essere necessario un “aiuto organizzativo”. A questo proposito in Italia, sul modello statunitense e nordeuropeo, si è recentemente affermata la figura dell’organizzatore professionale che se opportunamente formata può rappresentare una buona risorsa in questo senso (NB: l’organizzazione lenta e progressiva dei beni non può essere delegata a chi non abbia profonda comprensione del lavoro terapeutico parallelamente in atto). Per i casi di accumulo di animali (cani, gatti) sono necessarie ulteriori figure in grado di salvaguardare anche la salute degli animali custoditi e di valutare le condizioni igienico sanitarie generali.

5/  Non tutti i terapeuti sono adatti al trattamento di questo disturbo per l’alto grado di frustrazione che comporta. Gli accumulatori manifestano spesso bassa motivazione, bassi livelli di aderenza alla terapia farmacologica (quando opportuna),  alto tasso di  abbandono, iniziale scarsa risposta al trattamento integrato.

In merito al comportamento di accumulo gli ambienti di vita vanno visitati insieme al paziente per valutare l’entità del fenomeno, l’eventuale pericolosità degli stessi, le idee personali relative all’accumulo, i problemi nelle capacità di categorizzazione e nelle capacità di decisione, pianificazione ed organizzazione, i comportamenti di evitamento messi in atto, il funzionamento generale giornaliero, il grado di consapevolezza sul problema, la motivazione al trattamento, il funzionamento sociale e lavorativo, la rete di relazioni disponibile, eventualmente lo stile di aderenza a terapie farmacologiche.

Gli interventi farmacologici in genere indirizzano una delle patologie co-occorrenti (es. depressione, ansia generalizzata) o il caso in cui il comportamento di accumulo sia un sintomo di Disturbo Ossessivo Compulsivo, non direttamente il disturbo di accumulo in sé per il quale, come sindrome complessa non esiste terapia farmacologica.

Gli interventi psicoterapeutici:

1/ La tipologia di intervento più efficace in base alle sperimentazioni effettuate è una forma di Terapia cognitivo-comportamentale (CBT) adattata allo specifico problema dell’accumulo (Steketee & Frost 2010) che prevede visite a domicilio e un lavoro individuale tra una seduta e l’altra.

Obiettivi della terapia che si dispiega in parte a domicilio sono:

  • comprensione delle idee personali che governano l’accumulo
  • sviluppo di abilità organizzative (cosa tenere, come organizzarlo, cosa eliminare)
  • sviluppo di abilità decisionali
  • acquisizione di metodologie di rilassamento
  • sviluppo di abilità di controlllo degli impulsi (se presente acquisizione eccessiva)
  • attivazione di occasioni sociali
  • prevenzione delle ricadute

Queste modalità di trattamento di solito comportano l’applicazione della tecnica di esposizione e prevenzione della risposta applicata a situazioni che provocano ansia e la ristrutturazione cognitiva delle credenze relative all’accumulo. Gli accumulatori hanno spesso pensieri, convinzioni e valori disadattivi che contribuiscono al mantenimento del problema. Per fare un esempio possono pensare di dover pulire e organizzare la cucina “perfettamente”. Questo “progetto” implica una tale complessità teorica da renderlo praticamente irrealizzabile al punto da non poterlo neanche iniziare. Vi è una sopraffazione da parte della stessa idea di perfezione. Evitando il compito, evitano anche le emozioni spiacevoli, di ansia ed incapacità a fronteggiare l’enorme compito, l’accumulo continua generando una spirale negativa. Obiettivo iniziale della terapia è l’individuazione di questi schemi di pensiero alla base del mantenimento del disturbo.

2/ Alcuni tentativi sono stati anche fatti con approcci terapeutici mutuati dalla terapia delle dipendenze

  • Colloquio motivazionale: si è dimostrato utile in casi di accumulo in cui la consapevolezza è bassa e la spinta al cambiamento è ambivalente
  • Approccio di riduzione del danno: l’obiettivo è quello di ridurre le conseguenze dannose del comportamento, piuttosto che i comportamenti di accumulo
  • Terapia di gruppo: mira a ridurre l’isolamento sociale e l’ansia sociale (non disponibile in Italia)

Attualmente c’è un grande interesse mediatico sul Disturbo di Accumulo ma in realtà ne coglie gli aspetti più superficiali, ovvero il grande accumulo di “roba” che rende invivibili gli ambienti e l’attaccamento estremo a cose di nessun valore oggettivo. Tuttavia, questo quadro è ben lontano dal cogliere la profondità della sofferenza e delle difficoltà tipiche dei disposofobici. Contrariamente all’opinione comune gli accumulatori non sono semplicemente “pigri” o “eccentrici”, possiamo parlare invece di una costellazione di problemi complessi che va affrontata su molti fronti in una modalità di trattamento integrata. Il semplice intervento di “rimozione” operato da parenti, imprese di pulizie, ecc. non risolve mai il problema e comporta oltre a grande sofferenza soggettiva per l’accumulatore anche un forte rischio che si inneschino altri gravi disturbi (depressione, panico, ideazione suicidaria).

Il desiderio di cambiamento negli accumulatori, seppur celato sotto l’apparente negazione del problema, in realtà esiste ed è possibile. Anche se il percorso è complesso e va ritagliato caso per caso identificando possibili direzioni accettabili per la persona, riducendo la vergogna e giustificando l’aiuto. Ai familiari di una persona con condotte di accumulo il consiglio è di informarsi sulla natura del disturbo sulle sue cause e sui suoi trattamenti (attraverso la lettura di materiale scientifico divulgativo o partecipando ad incontri psico-educativi specifici per familiari di disposofobici) in modo da evitare gli errori tipici della dinamiche che si instaurano con le persone che vorrebbero aiutare.

Articolo Originale: “Trattamento dell’Hoarding – Il ruolo dei familiari” su Psicoterapie.pro

15 Thoughts on “Terapia della Disposofobia

  1. Stefano on 22 aprile 2013 at 18:13 said:

    Bellissimo articolo.
    Tutto interessante, ma… se il soggetto non vuole lontanamente sapere di essere aiutato da qualcun’altro? Da figlio di persona affetta da questa patologia mi vien voglia di prendere e buttare via tutto! Che dite, può essere una soluzione che, dopo l’arrabbiatura del momento, lascia spazio ad un qualità di vita superiore, almeno per qualche tempo (fino al prossimo riaccumulo?) Grazie.

    • Disposofobia.org on 22 aprile 2013 at 20:36 said:

      Caro Stefano,
      è normale e comprensibile che il desiderio dei familiari dopo anni di esasperazione sia quello di “risolvere” il problema alla radice, svuotando la casa da tutta la roba accumulata. Purtroppo il comportamento di accumulo, apparentemente incomprensibile, imbarazzante, fastidioso, talvolta insopportabile per i familiari è il modo “migliore” che la persona ha trovato per non stare peggio. Lo svuotamento degli spazi operato all’insaputa dell’accumulatore provoca infatti spesso la comparsa di altri disturbi anche gravi (o nel migliore dei casi la ripresa dell’accumulo).

      Nella maggioranza dei casi chi accumula non vuole sentire parlare di “disturbo da curare” o di psicoterapeuti finché non vi sia costretto da motivi finanziari o familiari. In realtà questo atteggiamento nasconde la paura dell’accumulatore di perdere il controllo sulle proprie cose, per lui di immenso valore soggettivo.

      Cosa fare quindi se la persona sembra non avere nessuna intenzione di affrontare il problema?

      Va innanzitutto valutato se l’accumulo sia effettivamente dovuto a sindrome disposofobica. In alcuni casi infatti l’accumulo può essere sintomo di altra patologia (es. Depressione, fasi iniziali di Demenza) o accompagnarsi ad altro disturbo (Disturbo Ossessivo Compulsivo, Fobia Sociale). Se presenti, tutti questi aspetti vanno valutati e trattati.

      Una volta esclusi gli aspetti di cui sopra si può proporre una terapia specifica per il disturbo da accumulo. Di fronte alla negazione del problema il ruolo dei familiari diventa fondamentale. Si tratta di spezzare il circolo vizioso di rabbia e risentimento che si è sviluppato, comprendendo la natura involontaria del comportamento (al quale il paziente è costretto suo malgrado) e comunicare in un’ottica di vera cooperazione, il livello di sofferenza che l’accumulo sta determinando in famiglia. La terapia deve essere proposta gradualmente e con un senso di autentica compassione (magari da qualcuno di vicino alla famiglia ma non direttamente coinvolto nella sofferenza) facendo comprendere a chi accumula che non si vuole solamente “buttare via tutte quelle cianfrusaglie” ma anzi che la terapia consiste nello sviluppare le abilità di gestire in prima persona, in pieno controllo, l’accumulo, il disordine e l’eliminazione delle cose inutili, ricuperando in tal modo una dimensione di serenità relazionale e familiare.

      Se questa operazione non riesce nessun trattamento di tipo terapeutico può essere fatto.

      Cordiali Saluti.
      Disposofobia.org

  2. Sandra on 22 settembre 2013 at 16:00 said:

    L’articolo è molto interessante.
    Ma come fare se ci sono minori in casa e l’aiuto dato con il ripristino sommario, viene calcolato come una intromissione e tentativo di furto con reazioni violente?
    La paura è che i minori soffrono in seguito delle stessa condizione della persona che rifiuta l’aiuto . Sò che è difficile intervenire ma qualcosa si deve pur fare,mi consigli in merito per evitare il male peggiore.
    Grazie

  3. Disposofobia.org on 23 settembre 2013 at 10:36 said:

    Gentile Sandra,
    la presenza di minori è sempre un ulteriore elemento di complessità nell’occuparsi di una situazione di accumulo. Da un lato vi è una maggiore necessità di incidere sulla situazione: minori cresciuti in ambienti di accumulo a loro volta hanno spesso impatti sia dal punto di vista fisico (allergie, problemi respiratori, etc.) che psicologico (http://www.disposofobia.org/familiari/conseguenze-della-disposofobia-sui-figli/). Dall’altro proprio il bene del minore può rivelarsi una leva importante nel coinvolgere chi accumula verso un obiettivo comune (ricominciare a preparare dei pasti sani, dare al minore uno spazio opportuno di gioco, di studio, ecc.).

    Evidentemente ogni intervento và realizzato per la specificità del caso, dei soggetti coinvolti, delle risorse disponibili e delle eventuali patologie co-occorrenti ma in linea generale gli aspetti da tenere presenti sono questi:

    -/ evitare: la colpevolizzazione, la minaccia, il ricatto. Questo tipo di interazioni producono in genere solamente un aumento delle resistenze al cambiamento.
    -/ impostare la relazione di aiuto verso la comprensione del disagio personale di chi accumula e verso la costruzione di un rapporto basato sulla cooperazione
    -/ procedere per piccoli passi e micro obiettivi pur nell’ambito di un quadro di cambiamento più ampio
    -/ tenere infine presente che la “roba” è solo la punta di un iceberg. Tuttavia è una parte “sensibile” e come tale non va mai toccata se non con il consenso della persona.

    Per i familiari è spesso impossibile realizzare i 4 punti descritti sopra per la varietà e complessità di aspetti emotivi in gioco (rabbia, vergogna, frustrazione, etc.). Il ruolo di una terza parte, che abbia una buona conoscenza del problema e la capacità di impostare una relazione cooperativa è quasi sempre necessario.

    Cordiali Saluti.
    Disposofobia.org

  4. Sara on 11 ottobre 2013 at 01:38 said:

    Buongiorno.
    Molto spesso passo il mio tempo libero a cercare questi articoli per trovare una soluzione a questa grande sofferenza.
    Mia madre ha questa sindrome da quando la conosco, e credo che questa situazione mi abbia danneggiato molto psicologicamente, facendomi sentire inadeguata ed insicura. Lei non riesce a capire perchè ormai non faccio più nulla in casa, e quando, ogni tanto, riempio i sacchi e butto la roba, i giorni seguenti lei è offesa e ferita, mentre io sono disperata perchè vedo che non ce la farò mai a disfarmi di tutte le cose accumulate e a vivere normalmente.
    Nonostante tutte le spiegazioni logiche e tutti gli approcci che ho tenteto, lei afferma di avere ragione, e che dovrei smetterla di ferirla parlando di questo argomento.
    Non riesco a vedere un futuro, se non il peggioramento di tutto, e sento che se ci disfacessimo di questa agonia, un enorme peso sparirebbe dalla mia vita.
    Vorrei solo che questo succedesse prima che mio figlio abbia l’età per capire, e cominci a soffrire come me (noi 3 viviamo insieme).
    Spero che mi dia una soluzione o qualche indirizzo veramente utile. Io sono della provincia di Vicenza, ed economicamente non ho una situazione positiva.

    • Disposofobia.org on 15 ottobre 2013 at 13:28 said:

      Buongiorno Sara,
      purtroppo non esiste una soluzione semplice o una ricetta miracolosa a problemi di grande complessità come quello che lei descrive.
      Ma qualcosa è necessario pur fare. Come di una matassa si deve trovare il bandolo anche in questi casi si deve trovare un punto dal quale partire.
      Nel suo caso forse proprio la sofferenza che lei sta sperimentando è il punto di partenza. Le situazioni di accumulo patologico, spesso non vengono capite dall’esterno, minimizzate, banalizzate ma sono invece gravi fonti di sofferenza per chi convive con il disturbo. Nel suo caso ci sono tre vittime: sua madre che ha trovato questo modo per “stare bene”, lei che soffre profondamente e a pieno diritto per questa situazione e suo figlio che anche se piccolo respira già l’atmosfera di conflitto e tristezza che lei descrive.
      Lei è l’unica che in questo momento può fare qualcosa: si rivolga ai suoi servizi territoriali non per il problema di sua madre, ma per prendersi cura in prima battuta di se stessa, per un sostegno, per ricuperare un’energia e una direzione che la potranno aiutare ad agire per il bene suo e di suo figlio in questa difficile situazione.
      Spesso prendersi cura di sé dopo anni di sofferenza è la prima cosa da fare.

      Disposofobia.org

  5. Giovanna on 12 gennaio 2016 at 12:43 said:

    Mia madre soffre di questo disturbo e noi dopo anni siamo esausti e senza speranza…dopo che ci siamo sposate, a casa ci siamo più raramente ma ogni volta che torniamo e’ un colpo al cuore! Questo poi costringe loro compreso mio padre a vivere una vita sottotono è difficile…io la amo vorrei farla stare meglio… Ma cosa fare? Lei si offende mette il muso e poi mio padre ne fa le spese… lei non smette mai ti pulire…ma non pulisce mai…e il tempo per se stessa e’ inesistente… È’ una rincorsa al nulla… Perdere una vita dietro al niente…ditemi per favore a chi posso rivolgermi o come approcciarmi a lei per togliere qualcosa di mezzo senza dargli una pugnalata al cuore…

    • margherita on 26 agosto 2016 at 23:21 said:

      Giovanna io sono nella tua stessa situazione, mia mamma però ormai ha 73 anni e noi tre figli e un marito non riusciamo a tenergli testa. con scenate e crisi isteriche. Tanto piu che io da due anni mi sono trasferita sotto casa cercando di migliorare la cosa. l’unico risultato sono discussioni continue e chiusura sia da parte sua che da parte mia. inteso come chiusura mentale ma anche come limitare gli spazi a lei accessibili. (ed io non salgo piu in casa loro per evitare di vedere) Psicologicamente è pesante. Pesante da una vita con insicurezze e senso di inadeguatezza che mi hanno sempre accompagnata. Ora che ho la mia famiglia il piu grosso dolore è appunto vederla muovere gli oggetti e le cose da un lato all’altro senza tregua. con sfinimento fisico…come una marea … e con recriminazioni perche io stessa non l’aiuto in queste sue movimentazioni ( io evito accuratamente perche’ temo di essere inglobata in questo meccanismo vizioso) ora non so se l’approccio aggressivo nel nostro caso possa funzionare. Abbiamo il timore di causarle un dolore cosi forte da poterla far ammalare fisicamente. Ma ti confesso che io ho quasi 40 anni e l’idea di aspettare altri 20 anni prima di poter agire mi fa tremare. Aggiungo che è genetico nel nostro caso perchè ha ben un fratello e due cugini che stanno facendo la stessa cosa, con fissazioni differenti… ma con montagne di cianfrusaglie e oggetti che in tutto cio’ perdono anche l’eventuale valore che hanno. Se qualcuno è riuscito ad ottenere risultati e miglioramenti anche nel caso di una persona anziana (compreso mio padre perchè ha iniziato ad assecondare questi atteggiamenti per gratificarla) sarei curiosa di leggere il modo in cui ha agito… grazie sentire che non sono la sola allevia un po’ il dolore.

  6. tina on 30 giugno 2016 at 14:47 said:

    ho letto l’articolo che a mio avviso rispecchia perfettamente il mio partner,lui accumula tanto ke paga addirittura un garage ke non apre mai e che è strapieno di spazzatura,il magazzeno di casa ,la depandance del giardino e persino lo sgabuzzino di casa…conserva persino i bigliettini ,post it,cartoline,pezzi di articoli di giornale,brochure,attrezzatura talmente tanta ke nemmeno si ricorda di averla e ogni volta la ricompra..ogni cosa che vede in negozio è un ispirazione a comprare cose nuove da portare dentro casa e fuori in giardino..dentro casa la situazione la tengo sotto controllo ma appena è possibile non perde occasione di lasciare su un mobile un cacciavite,o un qualsiasi cosa gli capiti tra le mani…nemmeno l’abbigliamento non vecchio,antico direi riesce ad eliminare tant’è che alcuni capi sono passati dall’armadio al cofano della macchina….Ci sarà un modo per aiutarlo senza che se ne accorga????? disperatamente grazie…

  7. Antonella on 7 settembre 2016 at 01:32 said:

    Mia madre ne soffre da sempre. Ora ha 81 anni, non vede quasi più, cammina a fatica eppure non c’è verso ne’ di tirare fuori lei dall’accumulo, ne’ di tirare fuori gli oggetti! Crisi isteriche ad ogni nostro tentativo di farla ragionare, accuse nei nostri confronti, giornate passate a spostare le cose da una parte all’altra. Giorni fa c’è stato un guasto in bagno ed è stata costretta a liberare il locale inutilizzato da anni… Ma mentre fa spazio in una stanza, ammucchia nelle altre. Lei, che è invalida al 100%, vive sola in questo ambiente invivibile e pericoloso. Quali sono le nostre responsabilità come figli? Come fare per tirarla fuori di casa? Se qualcuno può darci dei consigli per favore, la situazione sta precipitando e noi temiamo sia per la sua incolumità che per quella dei vicini nel palazzo. Grazie!

  8. claudia on 11 gennaio 2017 at 15:16 said:

    Buona sera mia sorella purtroppo soffre della patologia dell’accumulo.
    L’ultima volta che sono stata a casa sua , ed era in condizioni normali, è stato esattamente 5 anni fa. E’ sposata, non ha figli, si è anche sottoposta a tre fecondazioni.
    Mia sorella è molto pigra ma è sempre riuscita a tenere casa sistemata, ma adesso la situazione è precipitata anche perché il marito soffre della stessa patologia.
    Entrambi lavorano e hanno una normale vita sociale. Escono, partono, apparentemente tutto normale…ma non così! Acquistano continuamente, e conservano tutto senza utilizzare nulla.
    Rifiutano il problema. Dicono solo che non hanno il tempo di sistemare. Esiste un disagio.
    Io chiedo aiuto per capire cosa poter fare, come aiutarli a ritornare a vivere nella normalità.
    A chi posso rivolgermi. Grazie.

  9. Maria Rosa on 17 gennaio 2017 at 21:49 said:

    Mio fratello è affetto da questa malattia dell’accumulo ” disposofobia” da almeno 40 anni, ora ne ha 70, in famiglia sono esasperati, non sanno più come fare per poter porre fine a questo grave problema, ha intasato di cose vecchie , inutili, rotte, tutte le cantine a disposizione è una casa in ristrutturazione, ora bisogna sgomberare per permettere di proseguire con i lavori…inoltre si è ammalato di una grave malattia è molto provato e ora ricoverato in una clinica specializzata, come possiamo intervenire a superare questa situazione senza causargli ulteriore malessere e depressione.
    Grazie di cuore

  10. enza on 4 agosto 2017 at 15:00 said:

    Buon giorno. Nelle stesse condizioni ho mia cognata ora di 80 anni. La sorella di mio marito. E’ nubile e vive sola. Prima viveva con mia suocera. Da quando è sola è ovviamente peggiorata e la casa è diventata invivibile. Ormai non invita più nessuno e a nessuno da la chiave di casa . Lo scaldabagno è 7-8 anni che è rotto come pure la lavatrice. Per lavarsi scalda l’acqua sul gas. Dorme nel lettone in compagnia di un paio di valige, ovviamente piene, che non sa dove mettere (prima dormiva con mia suocera).Quando mio marito riesce a farsi aprire si mette le mani nei capelli e si sente male. Dopo urla e strepiti riesce a toglierle dal frigo tre o quattro alimenti scaduti. Il frigo straripa di roba scaduta. Torna a casa stravolto e rammaricato per sua sorella.
    Unico punto a suo favore è che ci tiene molto al suo aspetto personale, si trucca e va dal parrucchiere regolarmente ogni 15 gg. I suoi orari sono molto sballati. Perde un mare di tempo e non combina niente. Io come cognata sono riuscita una volta a ripulire leggermente casa chiedendo il suo permesso di ogni cosa che toccavo che volevo eliminare (vasetti di yogurt sporchi e vuoti accumulati in giro per casa, ecc.ecc.) Vorrei riuscire ad andare almeno una volta al mese….sempre col suo permesso ovvio ma anch’io ho poco tempo e sinceramente affrontare una giornata con lei……….

  11. Maria on 28 agosto 2017 at 04:49 said:

    Io ho risolto con l aiuto di una donna delle pulizie giornaliere sgomberare il tutto NL momento la persona nn c è in modo graduale disfarsi di qsi tutto acquistare persino elettrodomestici nuovi e poi pian piano …non guarisce ma se la donna che pulisce ha la volontà di lavorare io l 80% l ho fatto da sola poi CN l aiuto NL nuova situazione semplice non è xo i risultati sono molti fatemi sapere .Il problema rimane ma in tono molto minore

  12. Cinzia on 11 ottobre 2017 at 15:51 said:

    Buongiorno, ho un padre discofobico (4°livello?) A causa di un licenziamento sono ritornata a casetta dai miei, che erano soli da anni. Mia madre: buona, dolce e assecondante, rasentante però l’idiozia… perché a tutto c’è un limite ma per amor di pace lei tace. (Forse per quello io invece sono così indipendente e potrei partire con uno spazzolino?) Ho trovato la situazione tragica. Sotto i letti cassetti di robe (utili??) Cassetti di altra mobilia in tutte le stanze ormai a popolazione mista si va dalle carte, posta, documenti mischiati a volantini, e coupon, nonché lampadine fulminate, le luci di Natale da riparare, collezioni di batterie fulminate, fili per ricaricare telefoni che non abbiamo da anni. Ancor più grave ritrovo oggetti gettati con certezza anni fa. Ah e che dire del cibo nascosto qua e là?scatole/ buste/incarti di cioccolatini più o meno finiti e abbandonati dietro libri o dentro i cassetti nascosti sotto le pile di oggetti (sono di mio padre che immotivatamente li mangia di nascosto) il tutto miscelato all’originaria destinazione del cassetto quindi insieme alla biancheria. Viviamo in una villetta con giardino che avevo trovato incolto il perché è semplice dentro la selva c’è immondizia per me/tesoro intoccabile x mio padre. Garage, e tre locali del piano terra inagibili, peggio del serialTV sugli accumulatori: montagne di oggetti sparsi impossibile vedere il pavimento e bisogna arrampicarsi per rqggiungere il rondo d’Ella stanza. Di questi locali il detentore delle chiavi è mio padre: così lontano dagli occhi… La storia del cibo nascosto qua e là e delle chiavi è assurda per me e per la storia della mia famiglia dove tutto sera sempre aperto e tutto il cibo condiviso nel rispetto. Ho provato con uno psicologo locale che mio padre da super intelligente ha raggirato dicendo che io ero isterica single e disoccupata mentre mia madre gelosa all’inverosimile (mia madre? Peace and love?? Non le ho mai visto fare neanche un rimbrotto di gelosia in vita mia. Quanto a me sono single, ma non certo isterica o altro, e adesso lavoro allegramente. Certo quando ho svuotato alcuni ambienti e ripulito il giardino urla a tensioni assurde. Adesso tremo all’idea di lasciare mia madre in balia della situazione. I miei fratelli lontani in altre città e comunque minimizzano. In questa battaglia sono sola. E mio padre arriva ad esser violento. Nel giardino c’erano 2 lavandini, 12 batterie di auto , e altri oggetti che posso affermare con certezza recuperati dalla spazzatura. Quando li buttai mio padre mi tirò con una mazza. Rapporti oggi sono pessimi. A attento mi saluta. Tra urla e scenate un po’ di scatoloni sotto ai letti e raccoglitori vari sono quasi spariti, un po’ di ordine. Ma mai troppo per le urla non sono normali .ma poi? Grazie infinite per lo sfogo. Oggi è uno di quei giorni in cui sono scordata. Vi prego mi sapreste indirizzare qualcuno competente su Agrigento? Grazie comunque per lo sfogo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Post Navigation

Social Widgets powered by AB-WebLog.com.