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Terapie di gruppo: una strada possibile?

Terapie di GruppoAttualmente per trattare la Disposofobia grazie ai buoni risultati che ha dato in numerosi trial clinici il trattamento di elezione è sicuramente una forma di Terapia Cognitiva Comportamentale ritagliata specificamente per il disturbo e “protocollata” da Frost e Steketee. Vi sono però alcuni problemi nella proposizione su vasta scala di questo approccio terapeutico che si possono raggruppare intorno ad alcuni temi: la complessità che coinvolge équipe multidisciplinari in setting parzialmente a domicilio e la rarità di terapeuti con formazione specifica.

Vari i tentativi che hanno di volta in volta indirizzato questi temi cercando di ridurne l’impatto.

Una delle prime strade tentate è stata quella della terapia di gruppo CBT indirizzata a ridurre l’esigenza di équipe strutturate ed i costi di terapia. In particolare due studi (Muroff et.al. 2009 e Grisham et. al. 2011) hanno ottenuto percentuali di riduzione alla SR-I tra il 22% e il 27%. Nel primo caso il trial era strutturato in 16 sedute collettive con solo due visite individuali domiciliari mentre nel secondo, in 20 sedute collettive senza visite domiciliari. Nel 2012 nuovamente Muroff ha messo a punto un disegno sperimentale che confrontava tre gruppi: il primo intraprendeva un percorso di 20 sedute di terapia di gruppo CBT, il secondo lo stesso percorso ma con  4 visite domiciliari individuali, mentre il terzo faceva un percorso autonomo di “biblioterapia” basato sul manuale di auto-aiuto di Tolin “Buried in Treasures”. I primi due gruppi hanno ottenuto dei discreti risultati in termini di riduzione del punteggio alla SI-R (-23/30%) mentre il terzo gruppo, quello che sostanzialmente usava solo il manuale di auto-aiuto non ha mostrato miglioramenti significativi.

Altri approcci che hanno cercato di indirizzare sia il problema dei costi che quello della “rarità” di terapeuti con preparazione specifica sul disturbo, ma con risultati non troppo incoraggianti, sono state le sperimentazioni di terapia mediata attraverso internet (sostanzialmente una forma di auto-aiuto con un grado maggiore di interattività) ed i gruppi condotti da ex accumulatori brevemente formati. Sebbene queste strade possano essere considerate “meglio che niente”, soprattutto in casi di limitate risorse economiche o lontananza geografica dai centri di competenza, ancora non possiamo parlare di valide alternative al trattamento individuale.

Al contrario di particolare interesse sono i risultati di una metodologia di gruppo messa a punto sulla base degli studi di Muroff citati sopra e che sembra possa cominciare ad essere un alternativa credibile in termini di costi e localizzazione.

Si tratta del BIT Workshop (BIT sta per “Buried in Treasures” che si può più o meno tradurre con “sepolti tra i tesori”) ovvero un programma di trattamento di gruppo della durata di 13 settimane che costruito sul manuale di auto-aiuto di Tolin utilizza il gruppo non come sede di trattamento Cognitivo Comportamentale ma piuttosto come luogo di mantenimento del focus sul percorso di auto-aiuto (questo ne fa automaticamente un protocollo estendibile ad un numero maggiore di terapeuti che hanno a questo punto solo la necessità di formarsi come facilitatori dello specifico programma).

In alcuni studi iniziali del 2012 sui risultati del BIT Workshop i risultati sembrano analoghi rispetto a terapie di gruppo CBT con una riduzione all’SI-R del 25-27%, ed una percentuale del 70% di miglioramento significativo rispetto allo stato di caos degli spazi vitali. Risultati quindi paragonabili ad altri trial di trattamento in gruppo CBT ma con una durata nettamente minore (13 anziché 20 settimane) e il supporto di terapeuti meno specifici, quindi più facilmente reperibili. Lo studio in oggetto per il suo carattere di novità ha ovviamente dei punti deboli relativi alla limitatezza del campione (53 soggetti divisi tra BTI workshop e gruppo di controllo) alla mancanza di dati di follow-up e ad uno sbilanciamento verso il genere femminile con buona scolarità. Tutti questi aspetti ne riducono la generalizzabilità ed è per questo che sarà interessante seguire gli ultimi sviluppi su questa linea di ricerca.

L’ostacolo attualmente più rilevante alla sua applicazione in Italia è rappresentato dallo scarso riconoscimento del quale il disturbo ancora soffre nel nostro paese e che ad oggi non genererebbe un numero di richieste di trattamento sufficienti a motivare lo sviluppo di gruppi di terapia localizzati.

Articolo Originale: “Terapie di gruppo per il trattamento dell’Hoarding Disorder: lo stato della ricerca” su Psicoterapie.pro

I costi della Disposofobia

SpiraleQuanto costa la disposofobia a chi ci convive, alle famiglie, ai servizi, alla società? Tantissimo. Le complesse capacità di pianificazione, decisione, categorizzazione che ci permettono di guadagnarci da vivere e di fare fronte ai tanti obblighi che la nostra società impone (arrivare in orario al lavoro, organizzare la giornata, pagare le tasse, le bollette, le assicurazioni, occuparsi della casa, delle riparazioni, della macchina, cucinare, fare il bucato, ecc.) divengono nel disturbo progressivamente deficitarie determinando spesso uno stato di dissesto finanziario personale prima e familiare poi.

Secondo una ricerca di Tolin et al. dal titolo The economic and social burden of compulsive hoarding” apparsa su “Psychiatry Research”, basata su dati quantitativi raccolti su 864 hoarders (si tratta di dati raccolti negli Stati Uniti non generalizzabili tout court alla situazione italiana ma comunque verosimili anche per il nostro contesto) gli aspetti di impatto economico (e quindi di costo del problema a livello personale e familiare) sono generati primariamente dalle seguenti aree:

Difficoltà Lavorative: includono la perdita di efficacia dovuta al caos sviluppato negli ambienti di lavoro (inclusa la difficoltà a trovare oggetti, materiali, moduli ecc. necessari a svolgere la propria mansione), la perdita di giornate lavorative, le assenze dovute al disturbo, i ritardi ed i licenziamenti a causa della progressiva incapacità di pianificare e svolgere efficacemente il proprio lavoro .

 Rispetto al campione in oggetto i dati di impatto in ambito lavorativo sono decisamente rilevanti:

  • Il 5,5 % è stato licenziato a causa del disturbo
  • Il 75,1% dichiara difficoltà nel trovare materiali necessari alla mansione
  • Il 59,8% dichiara che la maggior parte del proprio spazio di lavoro è stato invaso dal caos
  • Il 64,5% dichiara la perdita di almeno un giorno e mezzo di lavoro  nel mese precedente a causa del disturbo (dato tra l’altro messo in relazione ad un analoga ricerca fatta su altri disturbi e con un indice significativamente maggiore rispetto a disturbi depressivi, di panico, fobia sociale, abuso di alcol,  PTSD, etc. e paragonabile solo agli indici del disturbo bipolare e a quelli delle psicosi schizofreniche.)

Tasse e pagamenti: difficoltà nel gestire entro le scadenze le procedure di pagamento verso istituzioni o privati. Rispetto al campione in oggetto

  • il 22% dichiara di non aver completato la dichiarazione dei redditi almeno una volta negli ultimi 5 anni
  • il 54,4% dichiara abbastanza/molto difficile gestire qualsiasi tipo di scadenza di pagamento

(N.B . le difficoltà non sono dovute alla mancanza di disponibilità finanziaria)

Aspetti di medicina generale che co-occorrono col disturbo in parte dovuti allo stato di degrado della quotidianità (mancanza di igiene, cattiva alimentazione, etc.). Tutti gli indici sono in grande misura superiori a quelli della popolazione generale e a quelli ottenuti da ricerche fatte su altri disturbi psichiatrici.

 Nella ricerca si sono rilevate le seguenti co-occorrenze:

  • Obesità: nel 78,3% del campione
  • Malattie respiratorie (asma , etc. ): nel 18, 3% del campione
  • Ipertensione: nel 29,3% del campione
  • Diabete: nel 11% del campione
  • Disturbi autoimmuni: nel 14,7% del campione
  • Fibromialgia: nel 11,3% del campione
  • Sindrome da fatica cronica: nel 12,2% del campione

E’ facile vedere come mancati guadagni e crescenti spese determinate da multe, sanzioni e spese mediche intervengano primariamente a determinare situazioni di dissesto finanziario. A questi aspetti vanno aggiunti i costi relativi ai comportamenti di acquisizione attiva (presenti in circa il 95% degli accumulatori), l’affitto di spazi di stoccaggio (garage, magazzini, etc.) ed infine come aspetti che subentrano successivamente i costi indiretti generati dai conflitti innescati dal disturbo (separazioni, cause, etc.).

Si può parlare di un lento declino che prima erode le risorse finanziare personali attraverso i numerosi aspetti elencati sopra, poi intacca le risorse familiari per il tempo necessario ad esaurirle ed infine i servizi ai quali arrivano situazioni disperate e sempre foriere di ingenti costi di gestione. Anche nel caso le istituzioni si facciano carico di un operazione di “bonifica” degli ambienti nel 75% dei casi la situazione si ripresenta di pari gravità nell’arco di 12-18 mesi.

Anche se date le molte variabili non è possibile fare una stima precisa del costo di tutti questi fattori la ricerca suggerisce che il costo per persona di questo disturbo sia maggiore rispetto a quasi tutti gli altri disturbi psichiatrici e questo nei casi più gravi e con una lunga deriva di malattia non diagnosticata determino per la collettività costi ingentissimi in termini di pressione sul sistema sanitario e sociale.

E in Italia? Ad oggi non esiste alcun dato o ricerca in questo senso ma l’esperienza clinica suggerisce che il tipo di percorso relativo al dissesto economico sia esattamente lo stesso. Lo scenario verso il quale ci si sta muovendo è orientato alla diagnosi precoce e a trattamenti che intervengano prima che il ciclo del dissesto economico abbia preso il via. In questo modo è possibile da un lato salvaguardare gli aspetti di relazione che spesso risultano fortemente compromessi dal disturbo e dall’altro contenere i costi terapeutici. Questi ultimi risultano in ogni caso in termini puramente economici sempre a favore della terapia in qualsiasi fase del disturbo. Basta in effetti comparare l’ordine di grandezza dei costi indotti da spese legali, accertamenti fiscali o ristrutturazioni edilizie senza neanche entrare nel merito di inabilità ancora più radicali e che non toccano solo l’ambito economico quali la capacità di mantenere il proprio matrimonio, la custodia dei figli o una posizione lavorativa per comprendere come un trattamento specialistico sia un aspetto che non va valutato nel suo “costo” immediato ma in un quadro generale di arresto delle “perdite”.

Articolo Originale: “I costi personali e sociali dell’Hoarding Disorder”  su Psicoterapie.pro

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